Edizione di oggi Accedi Newsletter Abbonati
Markets & Finance
Mercati globali, economia e finanza — ogni giorno

Schlein e la tassazione delle rendite finanziarie: un confronto con i numeri reali

Le recenti affermazioni della segretaria del PD sulla disparità di tassazione tra lavoro e capitali nascondono le complessità del sistema fiscale italiano e l'impatto della doppia imposizione sugli investimenti esteri.

Foto   Money.it

La proposta di Elly Schlein di allineare la tassazione delle rendite finanziarie a quella del reddito da lavoro ha riaperto il dibattito sulla equità fiscale in Italia. La segretaria del PD ha evidenziato come l’aliquota del 26% sui capitali appaia sproporzionata rispetto a quella superiore al 40% applicata alle fasce più alte di reddito da lavoro. Tuttavia, un’analisi tecnica dei dati suggerisce che il quadro normativo è molto più articolato di un semplice confronto tra due percentuali.

La realtà progressiva dell’IRPEF

In Italia, la tassazione del lavoro dipendente segue un modello progressivo basato sull’IRPEF, diviso in tre scaglioni: il 23% fino a 28.000 euro, il 33% fino a 50.000 euro e il 43% per gli importi che eccedono questa soglia. Di conseguenza, l’aliquota massima del 43% si applica esclusivamente alla porzione di reddito che supera i 50.000 euro, lasciando il resto del reddito soggetto a tassazioni inferiore. Inoltre, grazie alle detrazioni fiscali, l’aliquota media effettiva pagata dai contribuenti si colloca frequentemente al di sotto delle aliquote marginali massime, smontando l’idea che tutto il lavoro sia tassato sistematicamente oltre il 40%.

La “doppia imposizione” sugli investimenti

Anche il confronto con le rendite finanziarie necessita di precisazioni. Sebbene l’imposta sostitutiva principale sia fissata al 26% (con il 12,5% per i titoli di Stato), questo tasso spesso non rappresenta il carico fiscale totale. Molti investitori, per diversificare i propri risparmi, acquisiscono azioni o fondi esteri, ad esempio americani. In questi casi, i dividendi subiscono una ritenuta alla fonte negli Stati Uniti (spesso il 15%) per poi essere tassati nuovamente in Italia. Questo meccanismo di doppia imposizione internazionale riduce sensibilmente il rendimento netto, rendendo il confronto con le tasse sul lavoro meno diretto di quanto appaia nel dibattito pubblico.

Fonte: Money.it

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *