Il timore diffusosi online nei giorni scorsi parla di una nuova imposta patrimoniale colpendo i risparmi previdenziali, ma la realtà normativa è diversa e meno allarmante. Non è stata introdotta alcuna nuova tassa sui capitali accumulati dagli iscritti, ma è stato piuttosto modificato un meccanismo di finanziamento già esistente: il contributo di vigilanza che i fondi pensione versano alla COVIP. La confusione nasce da una modifica tecnica al calcolo di tale onere, stabilita dal Decreto PNRR e convertita nella Legge n. 50/2026.
Nuovi criteri di calcolo
Fino al recente cambiamento, il contributo era calcolato applicando un’aliquota dello 0,5 per mille esclusivamente sui nuovi versamenti annuali. Con la riforma, l’aliquota massima è stata ridotta allo 0,1 per mille, ma la base imponibile è stata allargata: ora l’importo si calcola sull’intero patrimonio gestito dal fondo, e non solo sui flussi di cassa entranti nell’anno. È proprio questo passaggio dal calcolo sui contributi a quello sul patrimonio che ha generato l’equivoco di una “patrimoniale”, anche se tecnicamente si tratta di un diverso metodo per finanziare l’attività di controllo della Commissione di Vigilanza.
Sotto il profilo economico, l’impatto appare trascurabile per il singolo risparmiatore. L’aliquota effettiva per il 2026, deliberata dalla COVIP, è stata fissata allo 0,06 per mille. In termini pratici, questo significa che un’addebito annuo di circa 1,20 euro su una posizione previdenziale di 20.000 euro. È importante sottolineare che questo costo non viene addebitato direttamente agli iscritti, ma gravando sui fondi come spesa di gestione, riduce di fatto il rendimento netto in misura estremamente limitata.
Fonte: Money.it