Il persistere di prezzi elevati per benzina e diesel non dipende esclusivamente dalle quotazioni del barile, ma è fortemente influenzato dall’andamento del Crack spread, ovvero il margine di raffinazione. Questo indicatore, che misura la differenza di prezzo tra il greggio e i prodotti finiti, si mantiene su livelli vicini ai massimi storici registrati nel 2022 e all’inizio di quest’anno. Poiché tale margine incide per circa la metà sul prezzo finale dei carburanti, eventuali ribassi del petrolio (WTI o Brent) vengono in gran parte neutralizzati, impedendo un calo significativo dei costi per i consumatori.
L’impatto sull’inflazione e il ruolo del Dollaro
Questa dinamica ha conseguenze dirette sull’inflazione europea. Le stime indicano che il peso della componente energetica possa spingere l’inflazione complessiva verso il +3% fino all’autunno, considerando anche i ritardi di trasmissione (da 2 a 6 mesi) dei costi energetici all’economia reale. A sostenere questi livelli di prezzo contribuisce in modo determinante la forza del dollaro americano. Il Dollar Index ha recentemente superato quota 100,70, mostrando un trend rialzista confermato dai grafici mensili e giornalieri.
Un dollaro forte rende il petrolio, quotato in biglietti verdi, più costoso per chi utilizza altre valute, frenando la domanda globale di greggio. Tuttavia, il vantaggio derivante da un possibile calo del prezzo del barile viene vanificato proprio dall’espansione dello spread di raffinazione. Di conseguenza, la combinazione di un biglietto verde robusto e di margini di raffinazione elevati crea un meccanismo strutturale che mantiene i listini dei carburanti sostenuti, rallentando qualsiasi discesa dei prezzi alla pompa.
Fonte: Money.it