Il gruppo Volkswagen ha presentato ai propri organismi dirigenti il piano strategico “Visione 2030”, una manovra di ristrutturazione senza precedenti finalizzata a garantire la sopravvivenza del colosso automobilistico. Il programma prevede la chiusura graduale di quattro impianti produttivi situati in Germania entro il 2034 e una consistente riduzione del personale, stimata in circa 50mila unità entro la fine del decennio. L’amministratore delegato Oliver Blume ha descritto la situazione come estremamente critica, sottolineando l’urgenza di correggere un modello di business che non riesce a generare i profitti attesi.
Spostamento della produzione e proteste sindacali
Secondo quanto riportato dalla stampa tedesca, le linee di assemblaggio dovrebbero trasferirsi progressivamente verso siti in Europa orientale, come quelli di Bratislava e Győr, per beneficiare di costi del lavoro più contenuti. Il disegno industriale prevede inoltre lo scorporo della divisione componenti in una società distinta. La reazione del sindacato IG Metall e dei rappresentanti dei lavoratori è stata immediata e dura, con mobilitazioni che puntano a bloccare i licenziamenti e le dismissioni degli stabilimenti.
Le origini di questa crisi profonde risiedono principalmente nel calo delle vendite sul mercato cinese, dove le aziende locali hanno eroso le quote dei costruttori stranieri, e nei ritardi accumulati nello sviluppo software. A ciò si aggiunge una domanda europea per i veicoli elettrici inferiore alle aspettative, che ha reso la transizione ecologica particolarmente onerosa. Anche l’Italia rischia di pagare un prezzo elevato: dato che la Germania è il principale sbocco per le esportazioni del comparto di componentistica nazionale, la contrazione delle attività di Volkswagen potrebbe generare pesanti ripercussioni sulle imprese dell’indotto.
Fonte: Money.it